I ribelli espugnano il bunker di Tripoli, il rais non c’è (e la Nato non lo cerca)

Sono le sei di martedì sera e i ribelli saltano festanti sulla scultura dorata a forma di pugno che stritola un jet americano, nel cuore del bunker di Gheddafi, a Bab al Aziziya, a Tripoli. Davanti al monumento che ricorda il raid alleato del 1986, i ribelli sparano in aria e giocano a calcio con la testa di una statua del rais.
13 AGO 20
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Una Tripoli deserta era stata scossa fin dal mattino da una battaglia violentissima. La folla che domenica aveva festeggiato nella piazza Verde ieri s’era asserragliata in casa, sotto i colpi di razzi e mortai. La Nato ha bombardato Bab al Aziziya nella notte e nel primo pomeriggio. Il colonnello Roland Lavoie, portavoce dell’Alleanza atlantica, ha detto che “Gheddafi non è un bersaglio”, perché “la Nato non prende di mira gli individui”. Anche se il rais lasciasse la Libia, assicura Lavoie, la notizia sarebbe irrilevante per la Nato, deve soltanto proteggere i civili. La situazione sul campo, però, racconta di raid accaniti sui sei chilometri quadrati del bunker di Bab al Aziziya per aprire la strada ai ribelli.
Le forze di Gheddafi si sfaldano lentamente, tornano sui loro passi anche a Sirte e al Jufra, nel sud, ma dimostrano tenacia: tre missili Scud vengono lanciati da Sirte verso Misurata e anche dal bunker sotto assedio, a Tripoli, si sparano razzi Grad diretti su una zona residenziale. La roccaforte di Bab al Aziziya è protetta da tre massicce barriere di cemento. A metà pomeriggio la Nato ferma i bombardamenti per una “pausa tattica”. Poi i ribelli sfondano il primo ingresso e la resistenza dall’interno cede. I ribelli entrano nel cuore fortificato del regime, passano gli edifici stanza a stanza – “zenga zenga”, vicolo per vicolo, come ha detto un ribelle citando uno dei proclami del rais – ma Gheddafi non si trova. Il secondogenito del rais, Saif al Islam, che nella notte di lunedì ha ripreso le redini del regime, dice che il padre è “ovviamente” a Tripoli. Un ufficiale russo racconta che Gheddafi, al telefono, gli ha detto di essere in città, a combattere fino alla fine. Il Pentagono crede che il rais sia ancora in Libia. Intanto gli aerei River Joint americani ascoltano e filtrano le comunicazioni telefoniche, mentre la Raf scandaglia deserto e spazio aereo alla ricerca di indizi sugli spostamenti del rais.
A Bruxelles, il Consiglio atlantico si è riunito per decidere il ruolo della Nato nella ricostruzione, anche se l’intervento a terra “non è neanche preso in considerazione”. In una telefonata, il presidente americano, Barack Obama, e il collega francese, Nicolas Sarkozy, hanno deciso di organizzare al più presto una conferenza internazionale a Parigi, per coordinare gli aiuti a Bengasi. Per i due, la caduta del rais è “inevitabile e prossima”. Il capo dei ribelli, Mustafa Abdul Jalil, modera gli entusiasmi: “La vera vittoria arriverà quando avremo catturato Gheddafi”. Intanto, il ministro degli Esteri turco, Ahmet Davutoglu, è andato a Bengasi per assicurare che i fondi congelati dalle sanzioni saranno sbloccati entro la fine del Ramadan.